Iced Tears - CD Metal - Black Album
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Metallica - Black Album (cd cover) Disco preferito da 98 utenti.
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Band: Metallica
Disco: Black Album
Anno: 1991
Tracklist:
1. - Enter Sandman
2. - Sad But True
3. - Holier Than You
4. - The Unforgiven
5. - Wherever I May Roam
6. - Don't Tread On Me
7. - Through The Never
8. - Nothing Else Matters
9. - Of Wolf & Man
10. - The God That Failed
11. - My Friend Of Misery
12. - The Struggle Within
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Testi e Traduzioni Disponibili: Nothing Else Matters, Enter Sandman, The Unforgiven, Of Wolf And Man, Holier Than Thou, Sad But True, Wherever I May Roam, Don´ t Tread Me On, Through The Never, The God That Failed, My Friend Of Misery , The Struggle Within

Prima di analizzare quest'opera, penso sia necessario aprire un preambolo circa il contesto in cui essa è stata concepita.

Siamo nel 1990, e ormai il thrash metal vive una fase di coma profondo, colpa soprattutto dell'esplosione del fenomeno Grunge, che, di li a poco, sarebbe irrotto nel mainstream spazzando via dalle classifiche mondiali i gruppi metal, soprattutto thrash, operando una sorta di "selezione naturale" in questo genere. In pratica, solo i più forti sopravvissero. "Rust in Peace" dei Megadeth, "Seasons in the Abyss" degli Slayer e il tardivo "Time Does Not Heal" dei Dark Angel sono gli ultimi (fenomenali) colpi di coda di una creatura ormai morente, che purtroppo non saprà mai più riprendersi dal suo stato di coma terminale, sprofondando sempre più e inesorabilmente nell'Underground. Non a caso, a parte i cocciuti ed infaticabili Slayer, praticamente tutte le grandi thrash-bands abbandoneranno il genere per dedicarsi a forme di metal più "classico".

Questo fu più o meno l'ambito in cui venne concepito il quinto album dei Metallica, autointitolato, ma meglio conosciuto dai fans come "Black Album", per via della nerissima copertina che ospita in un angolo uno sbiadito logo della band (segno premonitore?), nell'altro un serpente attorcigliato usato un paio di secoli prima dalla milizia patriottica americana dei "Minutemen" (probabilmente inserito per collegarlo ad un brano dell'album, che parla, appunto, dei Minutemen).

Anche le circostanze in cui venne prodotto e mixato l'album sono alquanto confuse. Il materiale fu tutto composto nell'estate del 1990, soprattutto da Lars & James, non escludendo però qualche aiuto sparso di Kirk e la al solito ridotta al lumicino presenza del bistrattato neo-bassista Jason Newsted, presente in uno solo dei brani. Piccolo (anche se in seguito si rivelerà gigantesco...) particolare: come produttore non fu richiamato il solito e affidabile Flemming Rasmussen, bensì Bob Rock, che non aveva certo lavorato su dischi metal fino a quel momento. Da un certo punto di vista, la scelta fu azzeccata: Rock imprise ai brani un suono carico di bassi, altamente professionale, che era sicuramente quel che ci voleva dopo il suono vagamente glaciale che era venuto creandosi su "...And Justice for All", a causa dell'annichilimento dello strumento in fase di registrazione.
A quanto ci è dato sapere, l'album fu re-mixato non meno di tre volte, il che lascia aperti parecchi dubbi e interrogativi sul come suonasse originariamente.

Tuttavia, ascoltando l'album i fans dovettero convenire che non solo il mero suono era cambiato: le traccie si presentano ora snellite dai numerosi riff che si potevano trovare negli album precedenti (soprattutto gli ultimi), adattandosi ad una più commerciale "forma-canzone" (strofa-ritornello-strofa-ritornello-assolo etc. etc.), molto diversa dalla mancanza di compromessi iniziale. Non solo, anche le ritmiche thrash sono state del tutto abbandonate: niente riff ne giri di batteria veloci, cosa che stupì ed in parte abbattè i fans più "anziani" della band, che si aspettavano qualcosa, se non uguale, almeno simile al materiale precedente. In più c'è da rimarcare la voce di James: decisamente più curata e melodica, è veramente un piacere da ascoltare, specie per un suo modo tutto personale di trascinare l'ascoltatore.

Il riscontro di tutto ciò lo possiamo trovare già a partire dalla traccia d'apertura: "Enter Sandman", votata da un recente sondaggio "miglior pezzo heavy metal di tutti i tempi". Sorvolando su questo dato puramente soggettivo, analizziamo il brano per quel che è: si basa su un solo riff (composto da Kirk) decisamente accattivante, che si lascia andare ad un groove altrettanto esaltante nei ritornelli. James canta di incubi e paure infantili, rappresentate da un personaggio da favola, il "Sandman", per l'appunto. Come già detto però, non si tratta più di thrash metal, dato che il brano è si abbastanza sostenuto, ma nient'affatto veloce, come sta a testimoniare l'assolo, che, pur immediato, non recupera nulla dell'originale furia dei Four Horsemen. Dopo l'eterea conclusione a suon di tenebrosi sussurri, si fa strada un riff pesantissimo, apripista alla seconda traccia, "Sad but True": bisogna dire che, se i Metallica hanno abbandonato la velocità, non rinunciano certo alla durezza. Il cantato di James è, ancora una volta (anzi, come in tutto il resto dell'album...), a dir poco superbo, e parla di uno strano alter-ego che ci mette in guardia dalla malvagità del mondo esterno. Al terzo posto troviamo il brano che ritengo essere il meno meritevole dell'album, "Holier than Thou", un pezzo abbastanza veloce (niente a che vedere col thrash però...) e aggressivo, specie nel testo, che si caratterizza per una spiccata predisposizione contro il fanatismo morale. La traccia successiva è una semi-ballad originale e decisamente triste, "The Unforgiven": prende spunto dalla mancanza di libertà cui sono costrette le persone nel mondo moderno, mancanza che sentono soprattutto i più giovani (e qui è chiaro il riferimento alla tormentata infanzia di James...) che vengono anche sottoposti al lavaggio del cervello da parte dei potenti che vogliono soggiogare le loro menti ai propri voleri. Non manca una buona dose di rassegnazione in questo brano (premonitrice forse dell'ormai prossimo "ammorbimento" dei Four Horsemen...), che lo rende decisamente malinconico e che termina con la morte di un ragazzo che si è ribellato ai dogmi imposti dalla società in nome della propria indipendenza diventanto così "imperdonato" ("Unforgiven") dalla vita. Il quinto brano è decisamente strano per chi era abituato alle vecchie sonorità del gruppo, in quanto poggia su unico riff dal sapore vagamente orientaleggiante: sto parlando di “Wherever I May Roam”, che, oltre a due ottimi soli di Kirk, ci regala un’atmosfera generale epica e trascinante nel suo descrivere il fascino del viaggio stile vagabondaggio. Successivamente troviamo il pezzo che, a livello di significato, ha scatenato il dibattito più contrastante tra quelli dell’album. E’ il brano cui accennavo parlando circa la copertina dell’album, “Don’t Tread on Me”. A prima vista il testo sembra che possa lasciare trasparire sentimenti patriottici, ma in realtà l’intento è tutto l’opposto, dato che si tratta di una velata satira. Musicalmente parlando, il brano è lento ma decisamente potente e duro. Al settimo posto c’è “Through the Never”, altro pezzo che si riavvicina leggermente alle vecchie sonorità: presenta infatti un riff ossessivo ma non di certo veloce, mentre il resto della composizione è decisamente melodico, specie nella parte centrale rallentata. Molto coinvolgente nella sua economia essenziale l’assolo di Kirk. Ma adesso arriva, per la prima volta nella discografia del gruppo, una vera e propria ballata: “Nothing Else Matters”. Il brano fece dapprima storcere il naso a non pochi fans “oltranzisti” del gruppo, anche perché, oltre ad essere ai limiti della sdolcinatezza musicalmente parlando, è anche la prima canzone d’amore composta dai Four Horsemen. Ma, almeno per queste orecchie, questa canzone è decisamente splendida, riesce infatti a coniugare perfettamente atmosfera e melodia. La traccia successiva è “Of Wolf and Man”, altro brano molto interessante dal punto di vista testuale: James cerca di farci vedere il mondo attraverso gli occhi di un lupo mannaro, perennemente invischiato nella lotta per la sopravvivenza. Anche qui vale lo stesso discorso fatto per le altre traccie: riff aggressivi e duri (così come il ritornello in questo caso) ma decisamente rallentati. Al decimo posto troviamo un brano cupo e malinconico, “The God that Failed”. Ispirato alla morte per cancro della madre di James (evitabile, dato che si rifiutò di prendere le cure appropriate confidando nell’aiuto divino che purtroppo non arrivò…), è una forte presa di posizione contro tutti gli oscurantismi religiosi (di cui James fu vittima da bambino). Questa forte tinta decadente continua con “My Friend of Misery”, altro brano “ragionato” (da ricordare una bella introduzione di basso di Jason, una delle pochissime parti compositive che i compagni gli lasciarono pubblicare sull’album), dove una figura non meglio identificata che con la Miseria prende parola e ci invita a seguirla. In ultima posizione troviamo invece “The Struggle within”, traccia che riporta un po’ di energia che sembrava essersi persa dopo gli ultimi pezzi. Ha un ritornello decisamente accattivante (come un po’ tutti i pezzi di quest’album d’altronde…) e un tono duro e vivace, anche se, ripeto, nulla a che vedere con l’aggressività dei primordi della band.

In definitiva, come valutare un album così controverso come “Metallica”? La bellezza e il fascino di quest’opera sono indiscutibili (e non solo per il record da capogiro di vendite, che fecero emergere il gruppo nel mainstream…), ma quello che fa riflettere è la fin troppo evidente virata di stile che i Metallica hanno compiuto realizzando l’album, ottenendo un successo (per cui la maggiorparte del merito va alla produzione di Bob Rock) che loro stessi non si aspettavano. Purtroppo però la mancanza di aggressività e di velocità si fanno sentire, è inevitabile per un guppo thrash, ed è un vero peccato, dato che altrimenti sarebbe stato un lavoro semplicemente perfetto. Da qui in poi però, è aperta la strada allo sfacelo…


Voto: 90/100. Recensito da born to grind   il 30/11/2006

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