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Con “Folkstorm Of The Azure Nights”, i Temnozor superano i più famosi connazionali Nokturnal Mortum, sia a livello compositivo, sia per quanto riguarda l'ispirazione. Dopo solo due full, tra cui il penutlimo Horizons che già lasciava presagire un'ottima evoluzione stilistica, non mi sarei mai aspettata un salto di qualità di questa portata. Anche nei testi si può notare una maggiore ricercatezza: le tematiche NS permangono, ma gli argomenti si sono ampliati, dalla devozione alla Madre Natura passando per testi legati alla loro cultura, ad altri che rasentano il Fantasy. A rendere quest'album un'autentica “perla”, all'interno di un panorama ultimamente così vasto, come quello Black-Folk, che ahimè inizia a peccare di una certa monotonia, sono quelle variazioni che i Temnozor hanno sviluppato nel sound, che li rende immediatamente distinguibili dagli altri gruppi. Se le tracce più spinte, ad un primo ascolto, possono apparire“rozze” in certi punti, col passare del tempo si noterà come nulla è stato lasciato al caso, ma ogni passaggio è stato curato nei minimi dettagli. Inoltre c'è l'ausilio di una produzione davvero cristallina, che permette agli strumenti di esprimersi al meglio. I brani meglio riusciti sono a mio avviso quelli più introspettivi e “atmosferici”, senza nulla togliere a quelli più movimentati; personalmente i primi citati lasciano più il segno. A cominciare dall'omonima track "Folkstorm of the Azure Nights", dotata di una lunga parte introduttiva da brividi: il synth è celestiale, "arioso", come un'aurora boreale in una gelida notte stellata, semplicemente ipnotico. Questa calma apparente viene spezzata da un drumming tribale, che alimenta la suspense e il senso di inquietudine che letteralmente si insinua nel nostro animo, intensificato dalle voci sussurrate, quasi spettrale, di un fanciulla e di Gorruth. L'aria si fa sempre più velenosa, ed è con l'entrata delle chitarre che subentra una certa drammaticità che si frappone al magniloquente tappeto del synth. Sin da questo brano si possono notare le doti vocali di Gorruth, coinvolgente e bravo ad interpretare i vari sentimenti che percorrono questa lunga e meravigliosa opener. "Vranakrik" è molto più diretta della precedente track, di pura matrice Black Metal, che non lascia un attimo di respiro, tanta è la rabbia di cui trasuda. "When the Lazure Skies Tear the Hearts Apart" è uno degli apici raggiunti dai Temnozor: un mesto e notturno arpeggio fa da apripista a un brano riflessivo ed indimenticabile per il pathos che riesce a sprigionare, sia nei momenti acustici che in quelli più incalzanti: nostalgia, rabbia, rassegnazione, tante le emozioni di cui Gorruth si fa portavoce, passando da un tagliente screaming, a clean vocals dai toni quasi baritonali. Tutt'altra atmosfera in "Watch The Falcons Fly", aperta da una sinistra melodia di flauto e da vocals marce, su un riffing di chitarra minimale ma alquanto efficace, in una track senza compromessi, la più violenta del lotto, alla quale si oppone in toto la successiva "As the Autumn Razor sing above my Veins". Anch'essa, come la precedente "When The Lazure Skies Tear The Hearts Apart", è introdotta da un evocativo arpeggio, ma per quanto mi riguarda è il brano più bello del disco. Gli intrecci di chitarra sono commoventi, il synth tesse atmosfere in bilico tra il sogno e l'incubo, repentine nel cambiare in pochi secondi il mood del brano, carico di epicità seppur contentua. "Arkona" è un brano a sé: se prima a momenti "intimisti" si erano alternati altri diretti e violenti, la VI traccia è un unicum. Tamburi marziali, pulsioni "tribali", guidate da una melodia di flauto che si fissa nella mente per non lasciarla mai più: è qui che le influenze della Madre Russia si fanno evidenti, sia nelle parti folk che in quelle di chitarra. Perversione, rabbia, oddio: la colonna sonora perfetta per l'esecuzione pubblica dei loro nemici. A sugellare la furia dell'est, ci pensa "Tell me, ye Scarlet Dewscented Sunrises", un vero inno pagano. Qui i Temnozor danno il meglio di loro: un canto corale dedicato alla loro terra, sotto le solenni e plumbee note del synth, con il flauto che si lancia in struggenti assoli. E' impossibile descrivere le sensazioni questo epitaffio riesce ad evocare: ascoltare questa sinfonia osservando il tramonto, è un'esperienza che supera la razionalità. "Folkstorms Of The Azure Nights" merita e necessita di tanti ascolti, poichè travalica gli standard sui quali molte bands dello stesso filone si sono purtroppo assestate. Il capolavoro (per ora) di una band che non si è mai adagiata sugli allori, ma che a modo loro, ha sempre cercato di migliorarsi e di trovare soluzioni nuove. Piacciano o no, bisogna riconoscere loro questo merito.
Voto: 86/100. Recensito da BloodyMary il 11/02/2008 | Lascia un commento | Puoi commentare una band una sola volta! Per lasciare il tuo commento devi essere registrato! |
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