Iced Tears - CD Metal - Metalized
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Sword - Metalized (cd cover) Disco preferito da 4 utenti.
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Band: Sword
Disco: Metalized
Anno: 1986
Tracklist:
1. F.T.W
2. Children Of Heaven
3. Stoned Again
4. Dare To Spit
5. Outta Control
6. The End Of The Night
7. Runaway
8. Where To Hide
9. Stuck In Rock
10. Evil Spell
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L’ album di debutto per questa eccellente band heavy canadese aveva tutte le carte in regola per sfondare, anziché restare relegato a disco per collezionisti. Forse la causa è da ricercarsi nel fatto che nell’ anno di pubblicazione di Metalized, il 1986, l’ interesse dei fan era concentrato sul thrash, che viveva la sua stagione migliore proprio in quell’ anno. Non sarebbe mancato proprio niente per decretarne il successo.Anzitutto la produzione: nonostante nel 1986 le tecniche di registrazione e produzione non fossero ancora state sviluppate al meglio, il lavoro fatto in tal senso è sbalorditivo. Tutti gli strumenti risultano mirabilmente compatti ed integrati fra di loro, senza che nessuno ne risulti penalizzato.Le chitarre risultano davvero graffianti e potenti, e limpide, nitide, precise negli assoli; la batteria risulta anch’ essa davvero potente, il rullante mena colpi di grande intensità, mentre i tom e il timpano producono suoni davvero cupi, ma non confusionari. E al basso viene riservata una parte in primo piano, pulsante, rombante, gode quindi di un’ ottima esposizione; di conseguenza il suo apporto sonoro per le canzoni risulta determinante.Anche i testi mostrano spunti abbastanza interessanti. Se è vero che in certe canzoni si limitano alla riproposizione pedissequa di tematiche spensierate tipiche dell’ heavy, altre volte affrontano questioni delicate come la politica e la guerra.Ma alla fine il vero punto di forza dell’ album è costituito dalla musica: straripante di energia e di feeling; un disco ricco di brani che ai concerti avrebbero fatto furore, da cantare a squarciagola, e qua bisogna rimarcare l’ eccellente scelta, da parte della band, di focalizzarsi su canzoni dalla struttura ritmica lineare. Canzoni immediate e dirette, composte da pochi riff, ma che fanno subito presa sull’ ascoltatore. L’ unica eccezione è rappresentata da Dare To Spit, che presenta effettivamente una struttura ritmica abbastanza complessa per un brano heavy, ma senza che la fruibilità ne risenta eccessivamente (si tratta anzi di uno dei pezzi forti del repertorio).Altre caratteristiche salienti del disco sono le atmosfere cupe. Alcune canzoni infatti, come l’ iniziale F.T.W., sono pregne di questo sound cupo, che contribuisce a creare un interessantissimo contrasto con pezzi più “solari” e “aperti” come Stoned Again; ed infine, il sapiente uso dei cori, che ingigantiscono la potenza delle canzoni accompagnando il cantante Rick Hughes, dotato di una voce davvero unica, ben riconoscibile, a volte lievemente roca, mai stonata.
F.T.W., prima canzone e già primo centro. Come già sottolineato, questa canzone è caratterizzata da questa atmosfera cupa; da segnalare la strofa, ottimamente interpretata da Hughes, e soprattutto il bellissimo ritornello, melodico e melanconico. Inoltre già da questa canzone si può notare l’ apporto fondamentale della solista: Mike Plant, per tutta la durata del disco, si esibisce in assoli per nulla mediocri tecnicamente, come potrebbe sembrare all’ inizio, ma soprattutto straordinari, sempre ben supportati da ottime ritmiche.
La successiva Children Oh Heaven mostra un crescendo spettacolare, ottimamente enfatizzato dalla batteria: se la strofa e il bridge sono già coinvolgenti, è il ritornello che davvero è spettacolare. All’ inizio potrebbe risultare un po’ più difficile rendersene conto, ma proseguendo nell’ ascolto il ritornello, così triste e tenebroso, con una prestazione di Hughes da far venire i brividi, si vedrà come rappresenti uno dei picchi del disco.
Ma il vero picco qualitativo viene raggiunto con la successiva Stoned Again. Qua il basso comincia a pulsare vigoroso, dettando legge. Al sopraggiungere del bridge è un tripudio, un pezzo da concerto, di quelli che se anche vengono soltanto suonati solamente discretamente, restano impressi, grazie ad un’ energia che sconfina quasi nell’ epic.
Dare To Spit è per l’ appunto la canzone più complessa del repertorio. Riassume tutte le caratteristiche del disco, perché per un buon minuto e mezzo ne presenta il volto più aggressivo e dinamico, mentre in seguito mette in mostra digressioni strumentali di buona fattura, che non stancano l’ ascoltatore, pur essendo avvolte da un’ atmosfera cupa e misteriosa.
La successiva Outta Control è l’ unica che effettivamente potrebbe essere archiviata. Non perché sia un pezzo pessimo, ma viene penalizzata dalla scarsa personalità, che invece in tutte le altre canzoni affiora con prepotenza; qui invece il gruppo produce ritmiche buone, ma già sentite diverse volte. Già con la successiva The End Of The Night il gruppo si riprende. Non è sbagliato notare in questa canzone un paragone con Murder dei Vicious Rumors. Comincia con un vorticoso giro di basso, ripreso subito dalla chitarra, che viaggia di pari passo con l’ altro strumento; un riff su cui si sorregge la canzone, fondamentalmente. A metà canzone interviene uno stacco, che a prima ascolto sembra che stoni con il resto della composizione, in realtà funge da ottimo intermedio per allentare la tensione. E’ qui che il gruppo mostra di saper padroneggiare l’ uso dei cori, sui quali si staglia la voce di Hughes.
Runaway comincia con un piacevole break chitarristico e prosegue con un riff di chitarra buono, ma il ritornello risulta un po’ forzato, lento rispetto al resto della canzone. Non è un frangente sbagliato, ma di certo sarebbe occorso qualcosa di attinente al carattere generale del brano.
Where To Hide è un altro dei brani da urlo, di quelli che ai concerti per l’ appunto avrebbe mietuto vittime a non finire. Già dall’ arrembante intro di batteria si capisce la natura assassina di questo pezzo, che riserva poi un riff di chitarra spettacolare, seguito da un altro ritornello vincente piazzato dal gruppo.
Stuck In Rock presenta piacevoli influenze hard rock, ma il vero punto di forza di questa canzone è rappresentata da uno stacco, dopo il secondo ritornello, in cui il gruppo riutilizza nuovamente i cori, creando un passaggio davvero struggente; seguito, poi, dalla ripresa del riff iniziale, spezzato, in cui Hughes e Plant si sfidano in un duello fra voce e chitarra.
E per finire in bellezza, ecco Evil Spell, che mantiene fede totalmente al titolo essendo circondato da un alone malefico, con un intro spettrale ottenuto grazie a vari effetti di studio e ad altri ottenuti con la leva della chitarra. Un alone che poi prosegue in un riff e in ritornello che incutono timore, per certi aspetti. Poi si cambia tono, grazie ad un break di chitarra che serve come introduzione all’ assolo, brevissimo e semplice, ma di una bellezza sconvolgente, ripreso anche sul finire dell’ assolo stesso. Ottimo anche l’ assolo, supportato da un altro riff efficacissimo. La conclusione del brani ( e del disco in generale) è affidata al ritornello, il quale viene concluso in calando, e sul quale si innesta poi un altro assolo magistrale di Plant, con una batteria in crescendo.

Capolavoro dell’ heavy, né più né meno!


Voto: 88/100. Recensito da Mythycal   il 10/03/2007

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