Iced Tears - CD Metal - My Arms, Your Hearse
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Musica -> Death Metal -> Opeth -> My Arms, Your Hearse
Opeth - My Arms, Your Hearse (cd cover) Disco preferito da 40 utenti.
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Band: Opeth
Disco: My Arms, Your Hearse
Anno: 1998
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Testi e Traduzioni Disponibili: Demon Of The Fall, April Ethereal, When, The Amen Corner, Credence, Karma

Dieci anni esatti sono passati dall'uscita di “My Arms Your Hearse”, forse il cd più difficile da catalogare per quel che riguarda il genere. Dopo due full lenght tanto meravigliosi, quanto simili per atmosfere e stile compositivo, "My Arms, Your Hearse" rappresenta la svolta musicale degli Opeth. I brani si fanno leggermente più brevi; Åkerfeldt perfeziona le linee vocali, incupendo il suo particolare growl accompagnato dal malsano screaming e migliorando notevolmente il cantato pulito, dimostrando di avere una voce di rara bellezza, unica all'interno della scena Metal.
Questa creatura non è stata concepita in un periodo felice per la band: della line up originale restano soltanto i due chitarristi, Lindgren e Åkerfeldt . Fortunatamente i due riescono a reclutare Martin Lopez alla batteria (allora in forza agli svedesi “Amon Amarth”), e grazie all’amicizia che lo lega a quest’ultimo, Martin Mendez, il quale però non partecipa alla registrazione dell'album, per mancanza di tempo a disposizione per imparare i brani: sarà Mikael stesso a cimentarsi nelle parti di basso, con ottimi risultati.
La produzione (l’album è stato registrato ai “Fredman Studios”) è un altro tratto distintivo: corposa e a tratti marcia, riesce a conferire un senso di indefinito e arcano. Il tocco di Martin Lopez si riconosce al primo ascolto, dando una marcia in più alla sezione ritmica dei brani; gli influssi progressive e la psichedelia anni settanta iniziano a farsi sentire.
Ma ora, lasciamoci trasportare dalle note di My Arms, Your Hearse, il primo concept album della carriera per la band, una storia scandita dal passare delle stagioni…
Una pioggia primaverile si abbatte sommessamente nel bosco, accompagnata da un pianoforte carico di dolore, mentre la voce in crescendo di Åkerfeldt ci proietta nel primo brano, “April Ethereal.”Il riff introduttivo lascia subito il segno: impossibile dimenticare l'energia e l'inquietudine che trasmette, alternata alla nostalgia e al disincanto degli intensi intermezzi acustici, resi ancora più incisivi dal cantato pulito. La parte conclusiva, con un particolare “incedere” che verrà ripreso anche in altri momenti dell’album, suscita un groviglio di emozioni tra l’estatico e lo struggente, che lasciano però covare oscuri presagi.
La successiva “When” è un'altra perla, contraddistinta da un arpeggio introduttivo indimenticabile per la drammaticità e la carica emotiva che riesce a diffondere. L’idillio viene spezzato improvvisamente dallo scream indemoniato di Mikael e dal possente riff d' apertura, sostenuto dal drumming dell’ispiratissimo Martin Lopez, che si sviluppa su un’armonizzazione in bilico tra l’ipnotico e il riflessivo. I momenti più “atmosferici” che costellano il brano, sono attraversati da echi psichdelici e da armonie vaghe e sinistre.
“Madrigal” è un intermezzo acustico particolare, azzeccato nel creare quella sensazione di suspence e angoscia grazie al sovrapporsi delle melodie acustiche a inquietanti note di sottofondo.
Stupenda la sezione ritmica introduttiva della successiva “The Amen Corner”, che spiazza l'ascoltatore: la prima parte del pezzo è caratterizzata da un incedere possente a tratti alienante che si stampa in testa sin dal primo ascolto: “Death Metal” e sfumature progressive si fondono in maniera unica, come solo gli Opeth e pochi altri hanno saputo fare. Nella parte centrale il pezzo rallenta, senza per questo perdere incisività, coronato da un assolo davvero notevole per il pathos che riesce a trasmettere, mentre un arpeggio decadente e nostalgico chiude questo eclettico brano.
“Demon Of The Fall” resta una delle canzoni più amate degli Opeth ed è sicuramente il brano più "heavy" del disco. La voce di Mikael è da brividi, demoniaca come d’altronde lo stesso titolo richiede; l'atmosfera è opprimente e angosciante. I nostri sono bravi nel darci l'impressione di essere perseguitati da un demone che si cela alla nostra vista con l'ausilio della foschia autunnale.
L'intermezzo acustico concitato, che precede lo scatenarsi delle forze oscure guidate dal growl di Åkerfeldt, non fa che acuire l’impressione di tormento e terrore. Bellissima l’aura che la band riesce a creare nel finale, impregnata di rassegnazione e sgomento.
Su un arpeggio ipnotico e decadente, vagamente sinistro, la band tesse il brano più riflessivo di quest’album, che risalta ancor di più dopo le violente sfuriate della canzone precedente.
"La quiete dopo la tempesta": basterebbe ciò a descrivere “Credence”. La voce di Akerfeldt muta radicalmente: sognante e addolorata, si adagia sulle malinconiche note, trascinandoci in un turbinio di sensazioni “dolciamare” che culminano nella struggente armonia che chiude il pèzzo.
Non si fa in tempo ad abituarsi a questa turbata tranquillità, che subito “Karma”, con il suo energico inizio ci riporta “brutalmente” alla realtà: ancora una volta questo particolare connubio tra “Death Metal” e “Progressive” risulta travolgente, devastando tutto ciò che incontra. Anche in questo caso, veramente stupenda la polarità che si viene a creare con i momenti più riflessivi del pezzo.
Il concept si conclude con la strumentale “Epilogue”. Dal sapore anni ‘70, sugli echi lontani e deliranti dell'Hammond, le chitarre tessono una toccante melodia che perfora l'anima al primo ascolto. Non smetterei mai d'ascoltarla, in un crescendo continuo che fa perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Tutto è compiuto, all'orizzonte soltanto l'oscurità e la rassegnazione; questo sembrano voler comunicare gli Opeth, che non potevano trovare un epitaffio più sublime e degno di questo capolavoro.
Nella ristampa del 2000 sono presenti due cover: “Circle Of The Tyrants” dei Celtic Frost e “Remember Tomorrow” degli Iron Maiden, eseguite entrambe in maniera magistrale e con un tocco di personalità che non può che migliorare il risultato.
In questo album sono contenuti "in nuce" quei tratti caratteristici del sound degli Opeth, che verranno in seguito ripresi e sviluppati in vari modi negli album a seguire."My Arms, Your Hearse" è uno di quei dischi che vanno ascoltati molte volte prima di essere compresi a pieno, preferibilmente al buio, abbandonandosi totalmente alle sensazioni che la pioggia di note può suscitare in ognuno. Quello che si respira, che si prova nell'ascolto delle varie tracce, è un'aria malsana, decadente: i momenti di calma e serenità sono soltanto apparenti, già irrimediabilmente corrotti dal male e impregnati dalla disperazione.
Non c'è speranza: tutto è già deciso, lo scacco finale è inevitabile.


Voto: 100/100. Recensito da BloodyMary   il 05/03/2007

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