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Ammetterò che recensire un disco quale Rust In Peace non è azione da poco. Un solo ascolto non basterebbe per comprendere appieno gli stupendi riff, le geniali intuizioni musicali, il gusto formidabile nella composizione degli assoli, gli arrangiamenti…così come una recensione non potrà mai descrivere tutte le spettacolari caratteristiche del full lenght, di cui sopra. Ma si tenterà in qualche modo di scrivere qualcosa che aiuti l’ascolto.
Partiamo da questo punto di vista: questo album è terribilmente sperimentale, e come tutti i lavori dei Megadeth è qualcosa di diverso dai suoi predecessori. I temi trattati, come si capisce già dal titolo, sono la guerra e la distruzione dell’umanità, temi abbastanza cari al caro Mustaine (almeno fino alla sua recente “conversione” e al cambio di bandiera). Ma questa volta sono visti con un’incredibile drammaticità e un terribile realismo: non più la visione profetica del mondo in fiamme di So Far, So Good…So What? (cfr Set The World Afire), o con la provocatoria protesta di Peace Sells…But Who’s Buying. Anche i problemi adolescenziali sono messi da parte a favore di questi violentissimi temi.
Musicalmente, quello che troviamo davanti è un thrash veloce e tecnico, con pochi riff che sanno calmare l’animo: tutta la turbolenza di mr. Mustaine si concretizza qui, e gli apporti degli altri musicisti non fanno che ripulire dalle imperfezioni le canzoni, impreziosendole con stupende chicche musicali. I nuovi arrivati Nick Menza, alla batteria, e Marty Friedman (ex-Cacophony, gruppo heavy metal neoclassico, il che lascia intendere le sue premesse musicali) si fanno sentire: del primo si nota lo spaventoso drumming, mai scontato e sempre tecnico, pur conservando la ferocia che il genere necessita; invece a Marty si deve un buon 50 % della bellezza di questo album, dato che le sue fantastiche scale esotiche-classiche, unite al suo gusto strepitoso per i fraseggi, e le sue melodie incantevoli rendono le canzoni quello che sono.
Ecco che il disco si apre con uno dei brani più fortunati dell’intera storia dei Megadeth, per altro scelto come singolo: Holy Wars…The Punishment Due. Sfido chiunque a trovare un difetto, un punto che suoni male, un accordo che stoni con il senso intero della canzone…questa è la perfezione: la tecnica al servizio della violenza. Un testo violentissimo, quanto il video dedicatogli, ed una rabbia incredibile, con molti passi che io non esiterei a chiamare motteggi, frasi incazzatissime anche se tristissime, per la drammatica verità che vi sta dietro (citerò la migliore: “Next thing you know, they’ll take my thoughts away”, trad.: “La prossima cosa che devi sapere, mi porteranno via i pensieri”). Spettacolari gli assoli di Friedman, compreso quello flamenco di metà canzone.
Si procede con Hangar 18, secondo singolo e video del disco: altra canzone pesantissima, anche se riesce a trovare delle buone melodie (l’intro della song, riprende pari pari un passo di The Call of Ktulu dei ‘Tallica, composta anche da Mustaine), in particolare a metà di essa, quando diviene una canzone strumentale dai riff orientaleggianti, arricchita dagli infiniti e superbi soli di Marty e da quelli devastanti di Dave.
Si arriva alla terza track, la distruttiva Take No Prisoners. Qui il tema trattato è lo sbarco in Normandia, e il massacro che ha causato. In particolare viene presa in esame la situazione di un sopravvissuto, mutilato per il resto della sua vita e “Abbandonato perchè un relitto non interessa a nessuno”. Musicalmente poi, oltre ad essere tecnicamente inattaccabile (provate a suonarla e vedrete), trasmette un incredibile desiderio di violenza nell’ascoltatore, una fortissima rabbia che porterebbe molto volentieri alla distruzione di tutto ciò che gli sta attorno.
Arrivati a questo punto si tende ad osservare un calo di attenzione, data l’abbondanza delle prime tracce. Ma riascoltando per bene Five Magics, Poison Was The Cure, Lucretia e Dawn Patrol (di Tornado Of Souls e Rust In Peace se ne parlerà dopo), ho avuto delle sorprese. A parte l’intro al fulmicotone della prima del quartetto, appaiono tutte canzoni abbastanza cadenzate, senza esagerazioni però, dato che le melodie restano comunque arrabbiate, ma a discapito della velocità. Sono canzoni un po’ anonime, difficilmente distinguibili fra loro. Nel complesso buone, ma non possiedono quel tiro che le altre tracks possono invece vantare. Purtroppo rischiano di sembrare noiose.
Si arriva alle due ultime canzoni (anche se prima ho saltato Tornado Of Souls, che viene prima di Dawn Patrol). Ho preferito staccare dalle altre Tornado per la sua importanza nel disco: musicalmente potrebbe sembrare forse un po’ troppo melodico e “commerciale”, ma in realtà è una canzone molto importante per la completezza dell’album, e in particolare ne sottolineerei la bellezza dell’assolo di Friedman, una vera perla, forse non del thrash, ma sicuramente dello shredding in generale.
Infine si arriva alla bellissima Rust In Peace…Polaris, forse un pezzo più a là So Far…, data la presenza di un testo veramente sognatore e spaventosamente drammatico nella possibilità della sua realizzazione: un essere superiore che regge le sorti del mondo attraverso la stella polare, che se utilizzata causerebbe la fine del mondo e così “Tutte le testate arrugginiranno in pace”. Il disco in sé propone idee a favore del disarmo (anche se non sempre troppo chiare), e questa song dal testo fortemente allegorico e denso di significati ne è una prova. Ma il caro Mustacchio (Mustaine Nda) non è mai troppo chiaro.
Si giunge alla fine: il mio parere personale è che questo album forse non è perfetto, perché oltre al quartetto di canzoni un po’ anonime, e certi esperimenti fatti nel disco possono sembrare forse un po’ troppo strani e di difficile apprezzamento, ma come in ogni altro disco il De Gustibus regna sovrano.
Next thing you know, they’ll take my thoughts away
Voto: 95/100. Recensito da Crazy Jack il 12/11/2006 | Lascia un commento | Puoi commentare una band una sola volta! Per lasciare il tuo commento devi essere registrato! |
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