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Se molti fan nel periodo 98-2002 erano rimasti delusi dalle uscite di “The Burning Red” & “Supercharger” e da qualche dichiarazione “eretica” da parte dell’allora neo entrato axeman Ahrue Luster (“Supercharger”, disse, è sicuramente il nostro MIGLIOR LAVORO, roba da pazzi…) con il nuovo cambio di chitarra e il nuovo album, “Through The Ashes Of Empires”, certi fantasmi erano stati in gran parte spazzati via ed un nuovo periodo di ispirazione stava ritornando in casa Machine Head. A conferma di ciò due fattori: una bonus track appartenente alla versione americana del lavoro suddetto e composta tardivamente rispetto all’uscita europea, intitolata “Seasons Wither”, e il sesto LP in studio, intitolato “The Blackening”. Partendo con una descrizione generale, direi che è il ritorno a certe sonorità dure e “Thrashose” è netto, le influenze Crossover sono ormai del tutto accantonate, ma i ritornelli melodici stile “Emo” sono piuttosto accentuati in alcuni tratti e miranti a rendere personale ancora una volta il sound del quartetto.
Partendo dalla numero 1, Clenching the fists of dissent, l’intro di un minuto e mezzo appare rilassante, ma non c’è da preoccuparsi per niente: quel che arriva è puro Thrash di ottima fattura, ricordante un po’ Blackened dei Metallica sia per la tecnica (2 assoli da emozioni forti) che per l’enorme lunghezza e con un cambio di ritmo che sfocia in una specie di “acclamazione” in stile Creeping Death (sempre Metallica), per poi ritornare su riff pesantissimi che si spengono piano piano. Il secondo brano, Beautiful Morning, è piuttosto breve rispetto alla media (che è grosso modo di 7 minuti!) ed è un po’ più melodico rispetto al primo, tra l’altro risalta anche per l’assolo d’assalto che arriva verso la fine, sorretto da una sezione ritmica SPA-VEN-TO-SA! Arriviamo ad Aesthetics Of Hate, che ci presenta quasi subitaneamente un assalto di puro Thrash coadiuvato da un cantato furioso, a seguire nella parte centrale una lunga ma appassionante introduzione ai solismi ed ancora una parte furiosa ma meno cieca rispetto a quanto sentito precedentemente nella traccia; dopo un fraseggio cupo, di nuovo chitarre “Grooveggianti” che ci portano “stancamente” al quarto episodio…
Now I Lay Thee Down presenta un inizio struggente, a seguire un modo di cantare melodico ma sostenuto da ritmiche cadenzate e piuttosto pesanti, più in avanti nel brano la voce è più decisa e seguita da assoli di nuovo più tranquilli, l’alternanza prosegue più o meno continuamente per tutti i 5 minuti e 40 di durata; il mio giudizio su questa traccia è appena sufficiente perché a mio parere alla lunga perde nettamente attrattiva.
Slanderous, origine della seconda parte dell’album, non ha molto di particolare in più rispetto a quanto detto finora, le sonorità di “Burn My Eyes” ritornano vive e anche qui si può rimanere parecchio soddisfatti dalla prova di ogni singolo componente. Insieme alla prima song, l’apice è a mio parere raggiunto da Halo, numero 6 nell’ordine delle tracce, nella quale troviamo avvicendato a bordate pesantissime che risentono molto di “The more things change…”, un ritornello stupendo e fortemente melodico, verso la metà si ha il cambio di tempo ed una parte solista azzeccatissima, sorretta da un tiratissimo doppio pedale firmato “Mr.”Mc Clain; ci si avvicina alla fine, quando all’improvviso la melodia prende il sopravvento ed esplode nuovamente nel ritornello che così risulta però decisamente più potente, per una parte conclusiva di nuovo Groove. Le ultime due composizioni ci regalano altri 20 minuti “scarsi” di ascolto; la prima nell’ordine è Wolves, che si mantiene tirata come non mai, sostenuta da un modo di cantare rabbioso e dall’assenza assoluta di parti più leggere, un macigno non facile da digerire ma che tiene sempre svegli, soprattutto con il continuo alternarsi di riffs veramente ben congegnati e selvaggi.
La canzone ultima è A Farewell To Arms, che è la nemesi di ciò che è stato citato nelle righe qua sopra: qui lo stile più melodico fa da padrone in buona parte dell’ascolto ed in particolare per tutti i primi tre minuti, senza però dimenticare degli sfoghi rabbiosi, ricordando certamente episodi come Descend The Shades Of Night in chiave un po’meno “sdolcinata”, a dimostrazione di ciò la parte del brano che segue i solismi sfocia in un epilogo breve e calmo, a concludere un opera che è sicuramente la migliore del gruppo dal 1999 in poi.
Voto: 73/100. Recensito da Newsted88 il 18/04/2007 | Lascia un commento | Puoi commentare una band una sola volta! Per lasciare il tuo commento devi essere registrato! |
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